martedì 16 agosto 2011

GLI USI TERAPEUTICI DELLA MARIJUANA: GLAUCOMA, PARKINSON, APPETITO, SCLEROSI MULTIPLA, DOLORI REUMATICI, AZIONE ANTITUMORE.



GLI USI TERAPEUTICI DELLA MARIJUANA: GLAUCOMA, PARKINSON, FERTILITA', APPETITO, SCLEROSI MULTIPLA, DOLORI REUMATICI, AZIONE ANTITUMORALE.
Ecco le patologie in cui si stanno sperimentando i principi attivi contenuti nella marijuana:

Glaucoma: i dati definitivi sull’efficacia di un collirio alla marijuana per la cura del glaucoma saranno presentati a breve nel Congresso nazionale della Società Italiana di Farmacologia. Un gruppo di oculistidell’università dell’Arizona ha individuato negli occhi il recettore del tetraidrocannabinolo (Thc), uno dei principi attivi della canapa. Secondo i ricercatori da questi recettori dipende la pressione endoculare, il cui aumento è causa di danni alla retina. La sostanza di base del collirio, la WIN 552122 è un agonista sintetico del recettore centrale dei cannabinoidi, un "facilitatore" d’ingresso dei derivati della canapa nella nelle cellule di origine nervosa e sembra che abbia ottenuto risultati promettenti nei pazienti refrattari alle terapie convenzionali. Risultati importanti, visto che solo in un caso su 10 si riesce ad evitare la cecità per neuropatia ottica. Secondo gli stessi ricercatori che hanno individuato i recettori CB1 nella retina, nell’iride e nei corpi ciliari, l’ipertensione intraoculare degli 8 pazienti glaucomatosi resistenti ad altre terapie è scesa del 15 per cento e del 23 per cento a mezz’ora dall’applicazione dei colliri contenenti, rispettivamente, 25 o 50 milionesimi di grammo di principio attivo. «Questi dati», commenta Gennaro Schettini, presidente del congresso nazionale della Società Italiana di Farmacologia, «confermano un coinvolgimento diretto dei recettori cellulari per i cannabinoidi nella regolazione della pressione intraoculare e rafforzano le possibili proprietà antiglaucoma della marijuana, suggerendo ulteriori approfondimenti anche in Italia sia farmacologici che clinici».

Parkinson: studi in corso suggeriscono che gli endocannabinoidi, le sostanze prodotte all’interno dei centri nervosi coinvolti nel Parkinson siano tre volte superiori a quelli riscontrati in ogni altra regione del cervello e possano avere un ruolo nel controllo del movimento volontario e nei disturbi del movimento correlati al morbo. Alcuni risultati sugli animali, mostrano che l’azione degli endocannabinoidi potrebbe essere utile nel trattamento del Parkinson.

Fertilità: alla marijuana sembrano sensibili anche gli spermatozoi. Alcuni scienziati dell’Università del Buffalo (Usa), hanno scoperto un sistema di segnalazione cellulare, presente negli spermatozoi, che utilizza come messaggeri alcuni cannabinoidi tra cui il Thc. Questo potrebbe stimolare la mobilità degli spermatozoi e facilitare la fecondazione. Gli stessi autori dello studio, però, avvertono che, nonostante una migliore comprensione di questi meccanismi può permettere di sviluppare nuovi farmaci, l’abuso della marijuana può mettere in pericolo la fertilità sovraccaricando il naturale sistema di regolazione dello sperma.

Appetito: speranze e delusioni rispetto alla capacità di trattare con la marijuana i disturbi dell’appetito nei malati di cancro e di Aids arrivano proprio dalla California. Se al Congresso internazionale sull’Aids di Durban uno studio presentato da Donald Abrams dell’Università di San Franciscoaveva mostrato che i pazienti in terapia con inibitori della proteasi che fumavano marijuana, o la assumevano per via orale, guadagnavano in media due Kg in più rispetto a quelli trattati con il placebo, gli oncologi californiani per i malati di cancro non sono arrivati alle stesse conclusioni. Sempre da San Francisco, infatti, un gruppo di ricercatori sperava di stimolare l’appetito nei malati di tumore in fase avanzata con il dronabinolo, un derivato della canapa, i pazienti trattati con il farmaco tradizionale contro l’anoressia, il megestrolo. Risultato: nel 73 per cento dei casi i pazienti trattati con la terapia tradizionale hanno avuto un aumento dell’appetito, quelli trattati con il dronabinolo solo il 47 per cento.

Sclerosi multipla: dal British Medical Journal si apprende che è partito in Inghilterra uno studio sugli effetti dei cannabinoidi in 20 casi di sclerosi multipla. I pazienti sono divisi in tre gruppi. Uno prende un estratto naturale di cannabis, l’altro un Thc sintetico, e il terzo un placebo. Lo studio che durerà tre anni, sarà allargato a circa seicento pazienti in diversi centri. Intanto dovrebbero giungere nei prossimi mesi i risultati di uno studio analogo per testare l’efficacia dell’estratto di cannabis contro gli spasmi.
Dolori reumatici: in California, secondo un’inchiesta condotta su 1.000 consumatori americani, riportata da Arthritis Today, la marijuana è stata utilizzata per l’artrite o altre malattie reumatiche. A Parigi uno studio clinico di Fase I ha concluso che un derivato sintetico del Thc allevia il dolore e riduce l’infiammazione senza effetti psichici rilevanti.

Azione antitumorale: da Nature Medecine sono arrivate notizie sulle proprietà antitumorali dei cannabinoidi. Secondo uno studio condotto da ricercatori spagnoli comparso sulla prestigiosa rivista il Thc, induce, nei topi, una notevole regressione del glioma maligno, un tumore cerebrale che uccide molto velocemente. I ricercatori hanno osservato 45 animali nei quali era stato indotto questo cancro. Un terzo era trattato con Thc continuamente iniettato nel sito tumorale, un altro terzo con un altro cannabinoide e i rimanenti non trattati. Dopo 18 giorni i topi non curati sono morti, mentre in entrambi i gruppi trattati con cannabinoidi il tumore era distrutto oppure la vita si era prolungata di diverse settimane. Secondo gli studiosi questi risultati autorizzano ad intensificare le ricerche. 

(Fonte: Salute di Repubblica; Autore: Mirella Taranto)
Redazioneonline- Scienze e Società

mercoledì 10 agosto 2011

Latte e allevamenti: Cosa c'e' dietro..


di Carlotta Torchia.
Spesso immaginiamo la mucca insieme ai suoi piccoli, mentre si nutre di erba fresca sulle colline: quasi verrebbe voglia di prenotare un viaggio e affittare una baita solo per svegliarsi e vedere quegli splendidi paesaggi, con bovini felici dai nasi grandi e lucidi. Ma questo è solo ciò che vediamo in televisione. La verità è ben diversa, per certi versi agghiacciante. Solo a vedere i filmati di ciò che realmente accade “dietro le quinte”, sorge spontanea una domanda: perché spendere tanti soldi per fare film horror? Per perdere il sonno basta andare a fare un giro nei mattatoi, o meglio nelle fabbriche che ipocritamente chiamiamo “fattorie”. Mucche che trascorrono sette mesi (se non tutto l’anno) su pavimenti in calcestruzzo duro, o nella melma più profonda, rimediando ferite sul corpo; costantemente in stato di gravidanza per la produzione di latte, che viene dato solo in piccola parte ai loro piccoli e non dalla vacca stessa. Questi poveri animali sono costretti a produrre così tanto latte che – dato il peso delle loro mammelle – non riescono a sorreggersi e incappano in cisti, tumori, gonfiori alle gambe e infezioni. La loro vita è una miseria assoluta.
Centinaia di mucche sono imbottite di antibiotici proprio per le condizioni innaturali e malsane in cui vivono. Il giorno del macello, spesso incapaci di sorreggersi, sono trascinate con catene sui camion. Da questi animali proviene il latte che gran parte della popolazione dà ai propri figli, e lo stesso latte è contenuto nella maggior parte delle merendine. Credete veramente che tutto ciò sia “sano”? Come si potrebbe rinunciare a ciò che è sempre stato presentato come essenziale e nutriente? La produzione bovina mondiale è cresciuta dell’80% nella foresta amazzonica, e dato che le mucche non “pascolano” nella jungla fra il 1997 ed il 2003 la deforestazione è aumentata del 40%. Si sa perfettamente che l’Amazzonia è il polmone del mondo, e per produrre un solo hamburger bisogna abbattere 5mq di foresta tropicale.
Già seimila anni fa si producevano pecorino e ricotta in Sicilia: sin dell’età del rame, insomma, gli antichi abitanti del sito erano grandi consumatori di latte. Così avveniva ottomila anni fa in Mesopotamia, ma allora non esistevano certo questi problemi. Ciò che è strano è che nell’uomo il primo dente spunta in un età compresa fra i 6 e i 16 mesi: ciò significa che il “periodo del latte” è terminato, ma l’essere umano non ne ha mai abbastanza e ha escogitato un modo per prolungare questo piacere: bere il latte dei bovini, certo non destinato all’uomo. La stazza dell’animale dovrebbe infatti indicarci che quello stesso latte serve per far crescere cuccioli di una razza diversa dalla nostra: per questo molte persone sono intolleranti a latte e derivati.
A noi il latte della mucca piace, e lo utilizziamo per dolci, cappuccini, cioccolate, formaggi e yogurt. Ma ciò non significa che facciamo bene. Cominciamo con il dire che sul latte si sono dette tante falsità e nascoste tante cose vere: i prodotti derivanti dal latte di mucca, ad esempio, sono molto poveri di ferro. I ricercatori della Università dell’Iowa hanno scritto nel “Journal of Pediatrics” che in gran parte dei neonati la somministrazione di latte vaccino provoca un notevole aumento della perdita di emoglobina. Anche se le preoccupazioni sono maggiori per i bambini nel primo anno di vita, ci sono anche problemi di salute correlati al latte di consumo tra i bambini più grandi. Le proteine del latte sono anche tra le più comuni cause di allergie alimentari, e spesso la causa dei sintomi non è riconosciuta per un periodo di tempo considerevole. Popolazioni di origine asiatica e africana non sono in grado di digerire lo zucchero del latte e il lattosio. Molti dei problemi del sistema riproduttivo sono dovuti al consumo eccessivo di latte ed i suoi derivanti, così come il colesterolo (che favorisce malattie cardiovascolari e alcune forme di cancro). Il latte (biologico e non) contiene 59 ormoni attivi, decine di allergeni, grassi e colesterolo: nel latte di mucca si possono trovare tracce di qualsiasi cosa. Di quegli ormoni uno è chiamato “Growth Factor ONE (IGF-1)” ed è identico sia nelle vacche che negli esseri umani. Considerate questo ormone come una cellula che funge da combustibile per qualsiasi tipo di cancro, soprattutto al seno, prostata e colon.
Poi c’è il mito del calcio, che certo non è contenuto solo nel latte: broccoli e altri ortaggi a foglia verde ne contengono a sufficienza, così come i fagioli o l’amaranto. Il calcio presente in 100 grammi di amaranto è maggiore di quello presente in 100 grammi di latte. Il calcio nel latte vaccino è sostanzialmente inutile perché ha un contenuto insufficiente di magnesio: non a caso le nazioni con il consumo più elevato di latte e latticini presentano anche i più alti tassi di osteoporosi. Per quanto riguarda poi la carne in generale – che sia di vacca, manzo, maiale, pollame o pesce – se un animale è tenuto rinchiuso sporco, stressato, maltrattato e imbottito di antibiotici, produrrà acido urico in eccesso. Chiedetevi cosa può darvi a livello nutritivo, dato che costerà molta più energia al vostro corpo eliminare o neutralizzare le tossine. Se proprio dovete mangiare carne cercate almeno di accertarne la provenienza, senza badare a spese: la salute non ha prezzo.
Conoscere e informarsi non può che migliorare la nostra salute e il nostro pianeta. Tutto ciò che compriamo dovrebbe essere sempre e solo biologico: se possibile fatevi il vostro orto, oppure comprate i prodotti da un contadino di fiducia che cresca gli animali liberi ed in modo sano. Ottime sono le mandorle: molto ricche di proteine, vitamine del complesso B, vitamina E, ferro, potassio, magnesio, rame e grassi insaturi. Le mandorle contengono piccole quantità di laetrile, considerata una sostanza anticancro, e sono prive di tossicità, anche se assunte in grande quantità. Aiutano inoltre a ridurre il colesterolo.

venerdì 5 agosto 2011

Additivi chimici negli alimenti

di Michele Riefoli

Conoscere i prodotti chimici persenti negli alimenti, il loro nome e la loro pericolosità ci permette di fare scelte informate e consapevoli rispetto a cosa mettere nel nostro piatto...


Tratto da Mangiare sano e naturale, Macro Edizioni 2011
A questa domanda ci si aspetterebbe di sentirsi rispondere: “negli alimenti ci sono carboidrati, proteine, grassi, vitamine, enzimi, minerali, acqua, fibre”, tutti componenti naturali.
E invece oggi ci rendiamo conto che il cibo non è più così naturale. Le persone di oltre 50 anni ricordano ancora i gusti e i sapori genuini di una volta. I più giovani meno. Tutti insieme facciamo spallucce, tiriamo un sospiro e pensiamo “cosa ci possiamo fare?”.
Possiamo fare molto più di quanto crediamo. Come prima cosa dobbiamo sapere quali additivi vengono impiegati nel cibo e poi dobbiamo comprendere anche a cosa servono.
Per diverse ragioni una serie di prodotti chimici di sintesi finiscono nei nostri piatti in modo:
●●Dichiarato (basta leggere le etichette).
●●Occulto (nascosto, non dichiarato).
●●Indiretto (inquinamento ambientale).
La legge consente un uso moderato di additivi a patto che non minaccino di ledere la salute dei consumatori, stabilendo i limiti massimi di utilizzo per ciascuna di queste sostanze in base alle conoscenze scientifiche acquisite. E proprio qui sta il punto: quali sono questi limiti? Al consumatore non è dato saperlo a meno che egli non vada a leggersi le direttive comunitarie o ministeriali, spesso comprensibili solo agli addetti ai lavori. E perché in etichetta non vengono date le informazioni complete? Molti additivi sono stati testati sugli animali, altri sono di derivazione OGM, moltissimi possono dare reazioni allergiche anche a piccole dosi in soggetti particolarmente sensibili. C’è da chiedersi anche quali siano stati i criteri scientifici utilizzati per dichiarare un additivo inoffensivo (entro certe dosi). Esistono poi sostanze che finiscono nei cibi per frode commerciale o sanitaria, un fenomeno fuori controllo nonostante l’impegno dei NASdei Carabinieri e di altre agenzie preposte. Quando poi è la malavita organizzata a prendere in mano un settore alimentare c’è da stare poco allegri. Penso al caso del pane cotto in forni abusivi e in pessime condizioni igieniche gestiti dalla camorra, in cui si utilizza legname ricavato dalle bare dissotterrate nei cimiteri oppure quello di risulta di porte e infissi verniciati contenenti sostanze altamente tossiche. Penso anche al vino ai fertilizzanti, al latte alla melanina e a tutti questi pessimi esempi di cosa possa produrre la mancanza di etica e il degrado sociale. A differenza di un tempo, oggi davvero non sappiamo cosa mangiamo ed è per questo che adottare un sistema nutrizionale che tenga conto del principio della naturalità è fondamentale. Ma procediamo con ordine e intanto cominciamo a vedere quali sono gli additivi dichiarati presenti nei cibi. 425

Prodotti chimici dichiarati
In alcuni casi sono adoperate come additivi delle sostanze naturali, ma il più delle volte si tratta di molecole chimiche sintetizzate in laboratorio che ricalcano quelle presenti in natura. Altre volte, invece sono sostanze chimiche di pura sintesi, cioè non presenti in natura e inventate dall’uomo e altre volte ancora sono addirittura OGM.
Ma vediamo le loro funzioni più nel dettaglio:
1. Acidificanti, correttori di acidità. Vengono utilizzati per controllare l’acidità o l’alcalinità di un prodotto alimentare (pH) o per dare al cibo un sapore acidulo o aspro.
2. Addensanti. Aumentano la viscosità, danno consistenza cremosa per migliorare la spalmabilità e aiutano a tenere insieme. Sono per esempio usati nelle creme di nocciola e cioccolata, nei budini, gelati, maionese, salse, sughi…
3. Agenti lievitanti. Liberano gas aumentando il volume di un impasto (nel caso di pane, dolci, pizza…).
4. Agenti di carica. Danno corpo e volume senza aumentare o diminuire il valore energetico degli alimenti.
5. Agenti di rivestimento. Si applicano alla superficie esterna di un prodotto conferendo un aspetto brillante (caramelle, compresse). Altro classico esempio è la cera utilizzata per lucidare le mele.
6. Amidi modificati. Gli amidi alimentari vengono modificati con uno o più trattamenti chimici, fisici o enzimatici, per esempio possono essere sbiancati.
7. Antiagglomeranti. Impediscono che le molecole della sostanza da conservare tendano ad aderire una all’altra ed evitano quindi la formazione di grumi.
8. Antifermentativi. Si tratta di conservanti che bloccano chimicamente i processi di fermentazione.
9. Antimuffa. Questi conservanti combattono la formazione delle muffe.
10. Antiossidanti. Sono conservanti che bloccano l’ossidazione che causa irrancidimento dei grassi oppure variazioni di colore. Un esempio di ossidazione l’abbiamo con il tipico inscurimento dei carciofi o delle mele quando, una volta tagliati, vengono a contatto con l’aria.
11. Antiputrefattivi. Sono conservanti chimici che inibiscono i processi di putrefazione.
12. Antischiumogeni. Impediscono o riducono la formazione di schiuma dovuta a tensioattivi naturali presenti negli alimenti (legumi cotti, verdure cotte…).
13. Aromatizzanti. Servono per conferire uno specifico aroma o gusto al cibo. Gli aromi naturali sono quelli che riproducono un odore o un gusto presenti in natura, a partire da materie prime naturali anche se poi possono essere estratti con mezzi chimici. Gli aromi (generico) si riferiscono a sostanze chimiche definite con pro¬prietà aromatizzanti (quindi sono sempre sintetici, derivati dal petrolio).
14. Coloranti. Servono solo a migliorare l’aspetto esteriore e quindi la commerciabilità del prodotto, non servono per modificare il gusto e per conservare meglio il cibo. Di per sé costituiscono un inganno per i sensi. Se un succo d’arancia avesse un colore giallino spento, non sarebbe allettante così il colorante è capace di conferirgli l’aspetto che serve per renderlo più acquistabile. I coloranti sono solo estetica a fini commerciali.
15. Conservanti. Si tratta di molecole chimiche che permettono al cibo di rallentare i processi di deterioramento causati dalla presenza di microrganismi (batteri, muffe, lieviti…).
16. Edulcoranti. Servono per sostituire il saccarosio. Conferiscono agli alimenti un sapore dolce. Si tratta generalmente di zuccheri chimici di sintesi come la saccarina, l’aspartame (E951), l’acesulfame (E950). Sono utilizzati nei prodotti dietetici perché a parità di potere dolcificante hanno molte meno calorie, ma sono indiziate di costituire un pericolo per la salute. D’altra parte non sono affatto naturali.
17. Emulsionanti. Abbassano la tensione superficiale dei grassi che grazie a questi additivi risultano più morbidi e possono quindi separarsi in particelle più piccole. Agitare una chiazza d’olio in acqua ricavandone tante goccioline d’olio più piccole è un classico esempio di emulsione meccanica. Quando però troviamo la parola emulsionante in etichetta significa che nel cibo è presente una sostanza che fa lo
stesso lavoro chimicamente rendendo così possibile la formazione e il mantenimento nel tempo di una miscela fra componenti che per natura non starebbero bene insieme (acqua e olio, per esempio).
18. Enzimi. Gli enzimi possono essere utilizzati come additivi per intenerire le carni, per estrarre gli aromi, ma non vi è obbligo di indicarli in etichetta.
19. Esaltatori di sapidità. Dovrebbero servire per esaltare il sapore e/o la fragranza di un alimento, in realtà servono per mascherare il saporaccio che altrimenti si sentirebbe in alcuni cibi conservati, come per esempio il sapore di metallo nei cibi in scatola. Il glutammato monosodico è il più utilizzato nonostante sia stato sospettato di cancerogenicità.
20. Gas propulsori o propellenti. Sono gas diversi dall’aria utilizzati per espellere un prodotto alimentare da un contenitore (panna montata spray).
21. Gelificanti. Danno consistenza a un prodotto alimentare tramite la formazione di un gel (carne in scatola in gelatina).
22. Sali di fusione (polifosfati). Servono a fondere chimicamente e miscelare insieme le proteine contenute in formaggi diversi realizzando una distribuzione omogenea dei grassi e degli altri componenti. Hanno proprietà addensanti ed emulsionanti.
23. Stabilizzanti. Si aggiungono generalmente per rinforzare l’azione di altri additivi per rendere possibile il mantenimento dello stato fisico-chimico di un prodotto alimentare, inclusa la sua colorazione.
24. Umidificanti. Impediscono l’essiccazione degli alimenti, trattenendo l’acqua e l’umidità.



Prodotti chimici presenti in modo occulto
1. Residui di inquinanti dei processi di lavorazione (solventi, reagenti).
2. Residui di farmaci per cure veterinarie (antibiotici, antinfiammatori, psicofarmaci).
3. Residui di anticrittogamici dell’agricoltura (per proteggere le piante dall’attacco di insetti).
4. Residui di antiparassitari e pesticidi in genere (per contrastare l’azione di microrganismi patogeni per le piante).
5. Residui di diserbanti (per eliminare chimicamente le “erbacce” che poi in genere sono piante medicinali).
6. Residui da materiale da imballaggio (plastica, colle, carta, pvc, gas di imballaggio diversi dall’aria).
7. Prodotti chimici usati illegalmente (ormoni, anabolizzanti sintetici, farmaci e fertilizzanti vietati).
8. Prodotti chimici usati legalmente ma senza obbligo di dichiarazione in etichetta (gas d’imballaggio).
I residui di vari prodotti chimici sono quelli che non dovrebbero esserci (e di solito non ci sono) nei prodotti biologici (a parte quelli da imballaggio). Questi residui sono invece presenti con certezza nei prodotti convenzionali. Nelle urine dei bambini sono state trovate tracce di residui chimici dell’agricoltura, che sono scomparsi dopo una settimana di alimentazione con prodotti biologici. E poi c’è il resto che segue.

Prodotti chimici che si aggiungono in modo indiretto
Attraverso il terreno, l’acqua e l’aria entrano nel ciclo produttivo residui da:
1. Pulviscolo atmosferico (piogge acide, radioattive…).
2. Scarichi industriali (settore tessile, pellame, chimico, siderurgico, materiali plastici).
3. Scarichi di aziende zootecniche (deiezioni animali, concimi chimici, diserbanti, pesticidi, che entrano nel terreno e raggiungono le falde acquifere che forniscono acqua per l’irrigazione dei campi).
4. Autoveicoli (autotrasporto su gomma, trasporto aereo).
5. Impianti per il riscaldamento (abitazioni civili e impianti industriali).
6. Prodotti chimici che residuano per anni nel terreno (diossine, policlorobifenili, DDT).
Si calcola che più di 5.000 sono i prodotti chimici usati negli alimenti e 330 i pesticidi usati in agricoltura (Fonte: OMS). Si aggiungano le scorie radioattive diffuse in atmosfera per incidenti nucleari (centrali elettriche) e soprattutto per esperimenti militari. Ma in fondo tutte queste cose si sanno da tempo. Adesso però, vediamo di saperne un pochino di più e di farci sopra un ragionamento nuovo, che se da un lato non vi piacerà, dall’altro vi permetterà di essere più consapevoli.
Suddividere gli additivi alimentari in pericolosi, sospetti e inoffensivi è “arbitrario”, perché per la legge sono tutti “additivi inoffensivi” (entro certi limiti). Ma dietro queste sigle ci sono molecole naturali o sostanze chimiche di sintesi, alcune delle quali veramente pericolose. Abbiamo già parlato dei nitriti (E249, E250) e dei nitrati (E251, E252) nei salumi e formaggi e dell’anidride solforosa SO2 (E220) nel vino. Ma ci sono molti altri additivi comunemente usati di cui è stata accertata la cancerogenicità o la tossicità, ma che “inspiegabilmente” continuano ad essere adoperati nell’industria alimentare, secondo il principio che “se ne mettiamo poco non fa male”. Torna ancora fuori il discorso dei limiti, vedete? È il caso dell’antiossidante butilidrossianisolo, noto anche con le sigle BHA o E320, cancerogeno, e di suo cugino il butilidrossitoluene (BHT o E321) che pare non sia cancerogeno ma “solo” tossico per il fegato e i polmoni. Li trovate spesso in coppia ovunque ci siano grassi da conservare (margarine, carni in scatola…). Il dolcificante ciclamato E952, in USA è vietato per sospetta cancerogenicità, in Europa è consentito (entro certi limiti!). Il dolcificate saccarina E954, acesulfame E950 e aspartame E951 sono tutti ritenuti pericolosi o sospetti di causare effetti tossici alle cellule e promuovere la trasformazione neoplastica dei tessuti (tumori).
Tratto da Mangiare sano e naturale, Macro Edizioni 2011.

martedì 2 agosto 2011

Lo sai? Come viene prodotto lo zucchero bianco





Lo sai come viene prodotto lo zucchero bianco?

Zucchero bianco raffinato : il succo zuccherino proveniente dalla prima fase della lavorazione della barbabietola o della canna da zucchero, viene sottoposto a complesse trasformazioni industriali: prima viene depurato con latte di calce che provoca la perdita e la distruzione di sostanze organiche, proteine, enzimi e sali di calcio; poi, per eliminare la calce che è rimasta in eccesso, il succo zuccherino viene trattato con anidride carbonica. Il prodotto quindi subisce ancora un trattamento con acido solforoso per eliminare il colore scuro, successivamente viene sottoposto a cottura, raffreddamento, cristallizzazione e centrifugazione. Sia arriva così allo zucchero grezzo. Da qui si passa alla seconda fase di lavorazione: lo zucchero viene filtrato e decolorato con carbone animale e poi, per eliminare gli ultimi riflessi giallognoli, viene colorato con il colorante blu oltremare o con il blu idantrene (proveniente dal catrame e quindi cancerogeno). Il prodotto finale è una bianca sostanza cristallina che non ha più nulla a che fare con il ricco succo zuccherino di partenza.

Per poter essere assimilato e digerito, lo zucchero bianco ruba al nostro corpo vitamine e sali minerali, inizialmente presenti e poi eliminati tramite la raffinazione (in particolare il Calcio e il Cromo), per ricostituire almeno in parte quell'armonia di elementi distrutta dalla raffinazione.
Cosa provoca il tossico zucchero bianco a livello intestinale? Esso provoca processi fermentativi con produzione di gas e tensione addominale e l'alterazione della flora batterica con tutte le conseguenze che ciò comporta (coliti, stipsi, diarree, formazione e assorbimento di sostanze tossiche, ecc.). A tal proposito avrete certamente notato il fastidioso senso di gonfiore e pesantezza che si avverte dopo aver mangiato dolci elaborati, ricchi di zucchero.
Ciò è causato dal rapido e violento assorbimento dello zucchero nel sangue che fa salire la cosiddetta glicemia. Di fronte a tale subitanea salita, il pancreas risponde immettendo insulina nel sangue e ciò provoca una brusca discesa del tasso glicemico detta "crisi ipoglicemica" caratterizzata da uno stato di malessere, sudorazione, irritabilità, aggressività, debolezza, bisogno di mangiare per sentirsi di nuovo su di tono.
La conseguenza di questa caduta degli zuccheri è l'immissione in circolo, da parte dell'organismo, di altri ormoni atti a far risalire la glicemia, tra cui l'adrenalina che è l'ormone dell'aggressività, della difesa, della tensione. Si può ben comprendere come questi continui "stress" ormonali con i loro risvolti psicofisici determinano un esaurimento delle energie con l'indebolimento di tutto l'organismo. Ciò è stato ampiamente verificato da studi condotti negli Stati Uniti dove la violenza e l'aggressività nei bambini, messe in relazione anche al tipo di dieta e ai cibi e zuccheri raffinati, hanno creato allarme e preoccupazione per tutte le conseguenze sociali che esse determinano.

Ora lo sai.




http://nuke.psycosomatica.it/Zuccherogre​zzodicanna/tabid/71/Default.aspx